Il Krugman degli altri

La diagnosi di Paul Krugman sulla crisi strutturale del sistema euro è chiarissima: i paesi europei con un alto debito rischiano l’avvitamento in una crescita del costo del servizio del debito, che a sua volta crea deflazione perché manca la garanzia del prestatore di ultima istanza, che invece in altri paesi altrettanto indebitati – come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – è rappresentato dalla Banca centrale che batte moneta.
25 OTT 11
Ultimo aggiornamento: 23:02 | 22 AGO 20
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La diagnosi di Paul Krugman sulla crisi strutturale del sistema euro è chiarissima: i paesi europei con un alto debito rischiano l’avvitamento in una crescita del costo del servizio del debito, che a sua volta crea deflazione perché manca la garanzia del prestatore di ultima istanza, che invece in altri paesi altrettanto indebitati – come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – è rappresentato dalla Banca centrale che batte moneta. E’ per questo che anche economie solventi, come quelle italiana e spagnola oggi, e quella francese in un domani imminente, sono sotto attacco. L’ispirazione culturale di questa analisi, forte per i suoi contenuti difficilmente contestabili, non è neoliberista, caso mai è neokeynesiana. Quando il premio Nobel per l’Economia ed editorialista del New York Times osserva che la costruzione monetaria europea voleva erigere una linea Maginot i cui mattoni sono i fantasmi della crisi degli anni Trenta, una roba che non può essere affrontata ricreando “le rigidità dello standard aureo” del secondo dopoguerra, esprime chiaramente il suo debito intellettuale nei confronti di Keynes. Con altri paragoni illustrativi, però, si potrebbe assimilare la sua analisi a quella di economisti di diversa scuola.

Quel che non si può fare, invece,
è dare al suo pensiero una piegatura provinciale in chiave antiberlusconiana, come prova a fare il direttore di Repubblica, che ha ripubblicato un articolo di Krugman nell’ambito della consueta demonizzazione del governo. Krugman non esprime affatto giudizi sulla conduzione della politica economica italiana, che potrebbero anche essere giustamente negativi. Si limita a spiegare perché l’assenza di strumenti difensivi flessibili nel sistema monetario la espone alla speculazione: come prima la Spagna e in prospettiva la Francia. In realtà, se si rinuncia a strumentalizzare e immiserire un’indicazione precisa e penetrante come quella di Krugman, si arriva a mettere in discussione la riluttanza, soprattutto tedesca, a conferire alla Bce i poteri e il mandato necessari per agire come la Fed americana. Krugman è pessimista soprattutto sull’euro, non crede che ci siano le condizioni per dotarlo di una strumentazione efficace e per questo si attende che, dopo un crescendo di crisi nazionali, salterà l’intero sistema della moneta unica. E’ l’esatto contrario di quello che sostengono quelli che indicano nell’Italia e nel suo governo “il problema”, come appunto ripetono ossessivamente nel quotidiano di De Benedetti. Tutto sommato, però, anche l’uso strumentale di un pensiero lucido può avere qualche effetto positivo. I lettori di Repubblica possono farsi un’idea loro, leggendo il testo. E questo potrebbe indurli a farsi qualche domanda sul “contesto” in cui viene indebitamente collocato.